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Il Museo come ‘Società dello spettacolo’

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Aspetti negativi dell’Edutainment

‘Il consumatore reale diventa consumatore di illusioni. La merce è questa illusione effettivamente reale, e lo spettacolo la sua manifestazione generale. ‘

(Debord, 1967, par. 47 p. 19)

Sicuramente, una delle sfide più importanti che il museo deve affrontare da sempre è la conversione dello stesso in unità pratica capace di rispondere ai bisogni della popolazione mondiale.

È una bella sfida, considerando anche quanto potesse risultare folle il concetto di bisogni della popolazione mondiale nel XVII secolo, il secolo d’origine dell’ente museale. Soltanto dalla rivoluzione francese in poi si può iniziare a parlare seriamente di un tale concetto, che nel corso degli ultimi due secoli della storia umana assiste ad una costante evoluzione, difficile da seguire per qualsiasi istituzione umana.

L’idea di Georges Bataille secondo cui il museo nasce con la ghigliottina è interessante e fertile di riflessioni, ma crediamo trascuri il grande lavoro delle dinastie reali europee, papi compresi, che consacrarono anni di lavoro e di studi alla realizzazione di quelli che ancora oggi sono alcuni tra i più importanti musei mondiali, basti pensare agli Uffizi, al Pio-Clementino o al Louvre. La ghigliottina, piuttosto, ha ingrossato le collezioni dei musei preesistenti con i beni di coloro a cui aveva decapitato la testa.

Sembra quasi un divertente paradosso: la ghigliottina ha fatto grandi i musei, eppure questi ultimi, in un certo qual modo, sono rimasti e rimangono tuttora a volte impregnati nell’aura sacrale che il mezzo di esecuzione cercava di distruggere, quello spirito elitario che per i rivoluzionari puzzava di ‘ancien régime’.

Nonostante tutto, nell’era del web 4.0 possiamo ancora parlare della presenza di un’aurea dei musei e questo, a nostro modo di vedere, è un fattore molto positivo. Eppure non sempre è visto particolarmente bene dalla museologia contemporanea: il diktat generale è che il museo, nonostante abbia fatto molto per rendersi al passo con i tempi, debba fare ancora molto per trasformarsi in un vero e proprio centro di ritrovo, privo di qualsiasi aura mitica. Una frase molto in voga al giorno d’oggi, che può parzialmente riassumere il credo comune in etica museale, è: ‘a diverse crowd is often wiser at making decisions than expert individuals’, una sorta di summa del pensiero del giornalista statunitense James Surowiecki.

Inutile dire che le nuove tecnologie rappresentano certamente un mezzo fondamentale per il livellamento verso il basso, il rinnovamento in funzione democratica, dell’ente museale. Inaugurata negli Stati Uniti, dove il concetto di museo è sempre stato visto in un’ottica più larga e forse anche più dispersiva rispetto che nel vecchio mondo, la rivoluzione tecnologica museale ha attecchito oramai anche in Italia.

Si possono usare tanti nomi per definirla – realtà aumentata, beacon, possibilità di sfogliare cataloghi in 3D dalla propria scrivania o user generated content – ma certamente questa rivoluzione ha giovato e giova un po’ a tutti noi: ci ha avvicinato all’ente museale come mai prima, ci lascia quasi naufragare in quel dolce mare che è il museo.

Städel Museum Frankfurt | Foto: Städel Museum, Frankfurt am Main

È impossibile analizzare un evento, di qualsiasi tipo, privandosi della doppia faccia della medaglia. E anche in questo caso, rispetto ad un lato lucente e splendente, ne abbiamo uno che riserva aspetti negativi. Spesso si è voluto, più che giustamente, ricalcare la mano, sui lati positivi, però crediamo sia giusto anche evidenziare le conseguenze negative della rivoluzione tecnologica. Le evidenziamo partendo dalla frase di Debord citata all’inizio.

Per quanto sia interessante e affascinante, non è nostra intenzione in questa veste indugiare sul pensiero filosofico del pensatore francese, quanto piuttosto servirci di alcuni spunti contenuti nella sua opera, ‘La società dello spettacolo’, per elaborare degli spunti sulle problematiche inerenti alla rivoluzione tecnologica museale.

Come potremo intendere i concetti di ‘spettacolo’ e di ‘merce’ legati alla nostra società e ai nostri musei? Come le conseguenze di una società sempre più sviluppata, economicamente benestante e aderente alla religione del progresso, forse non più come negli anni 60, ma certamente ancora in buona misura. È il problema della democrazia, che, come la definisce Idro Montanelli, ‘è sempre, per sua natura e costituzione, il trionfo della mediocrità’. Qui il termine mediocrità non va inteso come in assoluto un termine negativo, ma come una costatazione di quanto dicevamo prima: livellamento verso il basso.

Il museo al giorno d’oggi si trova dinanzi ad un pubblico vastissimo, di natura estremamente eterogenea, che spesso è privo di un’educazione al bene culturale, il preambolo necessario, a nostro modo di vedere, all’educazione museale.

Il rischio sempre più presente è che il museo si trasformi in una sorta di centro commerciale, un luogo privo di significati, addobbato a centro di consumo per le folle annoiate che spopolano nei pomeriggi domenicali. Che il museo si trasformi in una sorta di ‘merce’, di ‘spettacolo teatrale’, offerto a un pubblico sempre più smanioso di immagini e di emozioni forti. Un pubblico che sembra quasi rispecchiarsi nel ritratto della borghesia fatto dal regista Luis Buñuel nel film Il fascino discreta della borghesia: uomini e donne intenti a pranzare, seduti sulla tazza di un water, quasi a rimarcare che quanto viene divorato con tanto fare famelico, viene rigettato quasi all’istante. Come soleva dire Umberto Eco: ‘l’eccessiva quantità di informazioni, uccide l’informazione’.

 

In una società sempre più consumistica, anche il museo, deve in qualche modo adeguarsi ad essere uno spettacolo. Il problema è: cos’è che il fruitore fruisce del museo? La collezione, le informazioni? Per Debord ad essere fruite sono soltanto le illusioni. Inseguendo l’entertainment, si rischia di perdere l’education e il termine eduitainment, frutto dei due, rischia di trasformarsi in un’altra delle illusioni debordiane.

Introducendo il primo capitolo della Società dello spettacolo, Debord cita un periodo di Feuerbach che risulta esemplificativo di quanto detto finora:

‘Il nostro tempo preferisce l’immagine alla cosa, la copia all’originale, la rappresentazione alla realtà, l’apparenza all’essere. Ciò che per esso è sacro, non è che l’illusione, ma ciò che è profano, è la verità’. (FEUERBACH, Prefazione alla seconda edizione de L’essenza del Cristianesimo)

Vi invitiamo a leggere con attenzione la citazione e pensare alle recenti mostre in cui dell’opera non ne è rimasta che una riproduzione, Van Gogh Alive o The Klimt Experience che siano. Sembra quasi che tali eventi abbiano prefissato quanto scritto da Walter Benjamin su L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Benjamin pensava che, a forza di essere riprodotta, l’arte avrebbe perso l’aura che la circonda, la sua anima, sarebbe rimasta un nucleo privo di essenza.

Riflettiamoci: in fondo non è proprio il museo con la sua aurea a preservare l’anima dell’opera?
Se il museo si trasforma in uno spettacolo, è più che naturale che gli oggetti che custodisce si trasformino in merce, piccoli gadget a cui ogni individuo può aspirare, siano essi riprodotti su uno schermo o su una maglietta o – perché no? – su una tazza del water.

Non crediamo che la rivoluzione tecnologia sia causa necessaria della profanazione dell’ente museale, quanto piuttosto un evento fertile di conseguenze positive, passibile, se non controllato e studiato con attenzione, di conseguenze negative. Ci piace considerare i musei delle vere e proprie oasi di pace e di tradizione, in un mondo dove il caos e il divenire sono sempre più costanti, in grado di conservare – non soltanto dal punto di vista fisico, ma anche quello spirituale – oggetti che sono parte della nostra identità come italiani, europei e, più in generale, cittadini del mondo. Sacrificare questi ultimi al consumismo e alle sempre più frenetiche leggi del “mostro” sarebbe un errore fatale per l’intera umanità.

Che progresso sia, ma fatto sempre con rispetto verso ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che saremo.

Bozzoni, De Montis, Pizzolorusso
Multimedialità dei Beni Culturali I


Bibliografia
Guy Debord, La società dello spettacolo, Milano 2001
Alessandro Bollo, ‘Surfing and walking. I musei e le sfide del 2.0’, in Fizz.it, oltre il marketing culturale.

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