Raùl Zecca: documentario e denuncia

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Raùl Zecca Castel nato a Milano, nel 1985 è antropologo, documentarista e traduttore. Esperto di America Latina, ha collaborato alla realizzazione di vari documentari socio-antropologici per la RAI e la RSI.

“Come schiavi in libertà” è la sua ultima opera: una doppia produzione, libro e documentario, che coniuga allo stesso tempo l’indagine etnografica alla denuncia sociale.

Il documentario testimonia una realtà drammatica e contiene un’ampia galleria fotografica, completamente libera da filtri.

Raùl Zecca è stato ospite di una lezione di Etica della Comunicazione del Prof. Paolo Fossati, così gli studenti di Web e Comunicazione d’Impresa, insieme ai ragazzi del biennio specialistico di New Media Communication, hanno potuto passare del tempo insieme al documentarista e scoprire diverse sfaccettature del suo lavoro.

• Cosa significa per te il mondo dei documentari e perché la scelta di scrivere un libro?

Il documentario per me, consiste in una sorta di braccio armato per gli studi che ho condotto. Grazie ad esso ho potuto mostrare le mie immagini in molti luoghi diversi, tra cui, per esempio, università e istituti scolastici.

Sentivo l’urgenza di voler mostrare cosa stesse accadendo nel mondo dello zucchero, quello che consumiamo tutti i giorni.

Non è un documentario neutro, ma ha una sua finalità, un suo messaggio. Mentre il libro era lo strumento più utile per parlare ed approfondire, nel vero senso della parola, del fenomeno che avevo scelto.

• Come ti sei appassionato al mondo dei documentari?

Sin da giovanissimo ho potuto apprendere cosa significasse confrontarsi con popolazioni e culture diverse. Mio padre ha realizzato documentari di tipo sociale e con taglio antropologico, e numerose volte io e mio fratello l’abbiamo accompagnato nei suoi viaggi nei paesi asiatici.

Avevo la voglia di sviluppare una ricerca di denuncia sociale e sono sempre stato curioso e portato ad approfondire questi temi. Il mio primo lavoro, ad esempio, è stato in Repubblica Dominicana dove sono rimasto il più a lungo possibile, per poter comprendere al meglio i la sensibilità della popolazione e riuscire a cogliere il punto di vista degli individui autoctoni.

Ciò che volevo raccontare, quindi, erano le condizioni di vita e di lavoro dei migranti haitiani e dei lavoratori della canna da zucchero.

• Come hai deciso di organizzarti una volta arrivato ad Haiti? E il popolo come ha reagito al tuo arrivo?

Grazie a dei contatti locali sono riuscito a farmi ospitare da una famiglia del luogo, così ho potuto vivere a pieno la mia esperienza.

Il popolo inizialmente era molto diffidente perché pensava volessi acquistare una piantagione di canna da zucchero. Con il tempo sono riuscito ad instaurare delle relazioni di amicizia grazie alle quali ho potuto affrontare vari discorsi. Non mi era permesso però, né registrare, né fotografare.

Solo dopo due o tre mesi mi è stato concesso di registrare le interviste, ma soltanto con le persone con cui avevo instaurato una fiducia reciproca.
Ho girato i miei video delle interviste con una macchina digitale compatta e piccolissima, così da ‘’disturbare’’ il meno possibile. La macchina fotografica, infatti, andava a creare, a parer mio, una sorta di filtro tra me e la persona che avevo davanti e questo mi metteva a disagio.

Un filtro che da un lato impatta sulla presunta verità raccontata da un documentario, mentre dall’altro su una questione etica: la rappresentazione del dolore degli altri, che pare venga sfruttato nel momento in cui viene registrato.

• Dopo il documentario è cambiato qualcosa?

Ci sono stati dei piccoli miglioramenti, ma non me ne prendo il merito.

Io, infatti, sono solo un minuscolo granello di sabbia in mezzo a tutte le persone che hanno provato a cambiare le condizioni degli haitiani sfruttati. A livello generale, la situazione è rimasta più o meno immutata, ma possiamo dire che ci sono degli spiragli di luce.

Nelle condizioni attuali di molti Paesi Europei e non solo, documentari e libri come quelli di Raùl Zecca sono utili per combattere il moderno sistema capitalistico che governa ormai milioni di vite in tutto il mondo e le sfrutta.

Valentina Cammardella
III anno del corso di Web e Comunicazione d’Impresa

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