Ritual of Passage: quando il progetto diventa esperienza e metodo

Venerdì 30 gennaio 2026 è stata inaugurata la mostra “Ritual of Passage. Learning from the masters” all’Accademia SantaGiulia. L’esposizione, che raccoglie i lavori degli studenti del secondo anno del biennio di Interior e Urban Design, presenta diciotto modelli fisici in scala 1:33 e una selezione di disegni interpretativi dedicati al tema della soglia, intesa come spazio di passaggio e trasformazione. Il progetto nasce dal confronto critico con alcune opere emblematiche dei grandi maestri dell’architettura e si inserisce all’interno di un percorso didattico che intreccia teoria e sperimentazione.
Abbiamo incontrato il prof. Nicolò Galeazzi e la prof.ssa Martina Salvaneschi, due affermati professionisti fondatori dello studio di architettura Associates Architecture di Brescia e, da quest’anno, titolari della cattedra di Cultura del progetto nel biennio di Interior e Urban Design. Con loro abbiamo approfondito il senso del progetto e il metodo di lavoro adottato in aula.

Al congresso di architettura «Querétaro», in Messico, siete stati indicati tra i progettisti più interessanti e talentuosi del panorama mondiale e con il vostro studio Associates Architecture lavorate da tempo al dialogo tra architettura, arte e artigianato. In che modo questo approccio entra poi in aula e si riflette nel lavoro quotidiano con gli studenti dell’Accademia SantaGiulia?
“Fin dai primi progetti del nostro studio abbiamo considerato l’architettura una disciplina capace di accogliere al suo interno le altre, di farsi contaminare e, a sua volta, di contaminare. I principi compositivi del nostro settore sono gli stessi che attraversano le altre arti e quanto più un progettista è in grado di aprirsi a questi ambiti, tanto più il suo lavoro si arricchisce.
Per noi è fondamentale trasmettere questo approccio agli studenti: i principi con cui si progetta uno spazio possono essere ricercati anche altrove e la contaminazione tra discipline rende il progetto più consapevole, profondo e complesso”.

Come docenti di Cultura del progetto, quale metodo proponete agli studenti del vostro corso e che tipo di competenze e di modo di pensare al progetto vi interessa sviluppare?
“Ci interessa formare pensatori critici. Per questo riteniamo fondamentale che una parte sostanziale del corso sia costruita attorno alla capacità di analizzare criticamente gli insegnamenti del passato, per poterli fare propri ed evolverli nei progetti futuri. Il primo strumento è quindi il pensiero critico.
Gli altri strumenti progettuali sono invece in continua evoluzione. Quelli che utilizziamo oggi, nel giro di pochi anni, saranno probabilmente considerati obsoleti. Come progettisti dobbiamo quindi mantenerci costantemente aggiornati, adottando un approccio curioso e dinamico nei confronti del nuovo, senza dimenticare l’importanza della dimensione analogica. Per questo riteniamo fondamentale trovare un equilibrio tra analogico e digitale. Il modello fisico, in particolare, è uno strumento insostituibile per indagare il progetto, perché consente di verificare direttamente proporzioni e spazio; non potrà mai essere sostituito dal digitale, ma semmai integrato da esso”.

La mostra “Ritual of Passage” è costruita attorno al tema della soglia, intesa come spazio di passaggio, mediazione e trasformazione. Perché avete scelto di lavorare su questo concetto?
“Il tema della soglia è un concetto fondamentale non solo dal punto di vista architettonico ma anche culturale e simbolico. I luoghi in cui qualcosa inizia o finisce sono speciali, perché ci aiutano a dare una struttura al nostro tempo. In una società frenetica e spesso distratta, riteniamo importante sensibilizzare i futuri progettisti a prestare attenzione a questo tema. Anche il confronto con i grandi maestri dell’architettura è un momento fondamentale, da vivere con il giusto coinvolgimento affettivo e con il necessario distacco critico”.

Osservando i lavori esposti, quali interpretazioni del tema della soglia vi hanno colpito di più?
“In questa fase di studio collettivo, l’aspetto di originalità più interessante è emerso soprattutto dai lavori sui modelli. Mentre i disegni interpretativi si concentrano sul rapporto che gli spazi di soglia instaurano con il contesto che li ospita — quindi su un dato più oggettivo — i modelli, estrapolando e isolando lo spazio di soglia, consentono a quest’ultimo di acquisire una propria autonomia. Questa autonomia apre nuove riflessioni sullo spazio in sé e sulle sue potenzialità. Per noi è fondamentale che gli studenti possano acquisire un metodo preciso che poi potranno evolvere, mettere in crisi o rinnegare con l’obiettivo di costruirsi un proprio metodo”.
La mostra “Ritual of Passage” rappresenta una tappa intermedia del corso. Su cosa lavoreranno gli studenti nel secondo semestre?
“L’obiettivo del secondo semestre è quello di far progettare agli studenti due spazi-soglia all’interno del contesto del Parco delle Cave di Brescia. La prima area di progetto si colloca nel punto in cui il parco “incontra” il lago: un luogo fortemente simbolico, sia per chi si muove dalla terra verso l’acqua, sia per chi compie il percorso inverso. La seconda area riguarda uno spazio interno a un edificio di archeologia industriale che, in un futuro progetto di masterplan del Parco, potrebbe diventare il nuovo punto di accesso all’area”.

Guardando al percorso complessivo, che cosa rende il biennio di Interior e Urban Design un ambiente stimolante per chi vuole formarsi come progettista?
“La multidisciplinarietà dell’offerta e la possibilità di confrontarsi con studiosi, ricercatori e professionisti consentono agli studenti di costruire un quadro ampio e articolato, fatto di punti di vista differenti attraverso i quali sviluppare un pensiero critico e un proprio approccio progettuale”.
Se doveste riassumere in una frase il senso di “Ritual of Passage”, quale messaggio vorreste arrivasse a chi sta pensando di iscriversi a questo percorso in Accademia SantaGiulia?
“È fondamentale imparare a indugiare sulle cose, a prendersi il tempo necessario per osservarle in modo critico e utilizzare questa capacità come una forma di cura nei confronti di un mondo che ci vuole costantemente iper performativi. Il tempo della riflessione è un tempo prezioso e crediamo che, per gli autori e i progettisti del futuro, faccia la differenza tra chi resta su un piano superficiale e chi riesce davvero ad andare oltre la superficie delle cose”.
Ufficio Comunicazione, Accademia SantaGiulia
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