Inglesismi fantastici e come domarli

Pubblicato da Hdemia SantaGiulia il

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Metto le mani avanti. In questo post il livello di polemica potrebbe essere un attimo più alto rispetto al solito. Siete avvisati. Are you ready? Let’s go!

Esatto, è proprio di questo che stiamo parlando. In un mondo iperconnesso, dove la comunicazione è globalizzata, sempre di più siamo costretti a fare colazione con pane, marmellata e una buona porzione di Google traduttore.

Ma perchè vi chiederete voi… perché per esprimere semplici concetti che potremmo dire senza troppi giri di parole, ci appigliamo a termini inglesi, molte volte ostrogoti?!

Di risposte ne potremmo avere di diverso genere, ma forse in realtà, quella più veritiera risiede nel semplice fatto che “inglese fa figo”. Ma… ne siamo davvero convinti?

Quando l’utilizzo di termini stranieri, soprattutto inglesismi, diventa una cosa deliberata, fatta per moda, come avviene spesso in certi ambienti lavorativi, allora è un altro discorso. La prima parola che mi viene in mente è ‘storytelling’, che è ovunque e sinceramente non se ne può più.

Abbiamo tutti in mente quel gergo, molto milanese o corrispondente ad un certo stereotipo di Milano, fatto di anglicismi strategici, buzzword un po’ fine a sé stesse, che in molti trovano irritante: “storytelling”, appunto, ma anche “location”, “mood” o “cheap”, “meeting”, “call”.

Qualcuno ha per caso sentito lo spot radiofonico per il nuovo Aeroporto Milano Linate?
Un nuovo dizionario Treccani in palio per chi lo trova!

Inglesismi. Sono così necessari?

La realtà è che i prestiti linguistici meritano di essere valorizzati quando servono a dare un nome a qualcosa che altrimenti non ne avrebbe uno.

È una politica in cui si riconosceranno forse alcuni editor, e che potrebbe essere riassunta così: da evitare “badge” (meglio “cartellino” o “distintivo”), “selfie” (perché non “autoscatto”?) e “brand” (“marchio”); in compenso vanno benissimo “Brexit”, “post” e “muffin”.

Per noi figli dello “smartphone”, la parola “telefonino” sembra quasi irrisoria, paragonabile ad un giocattolo per bambini, per essere più precisi. Per i pochi web designer che stanno leggendo questo blog post: definire il “Responsive Web Design” come “Design Responsivo”, fa urlare allo scandalo.

King’s Church International via Unsplash

La nostra vita quotidiana, lo sappiamo tutti, è una dura lotta anche quando si acquista un biglietto aereo. Magari qualcosa va storto e bisogna protestare. Ed ecco spuntare l’ufficio “Customer Care”, che al momento però è impegnato in un “Power Meeting” per definire il nuovo “Brand naming” e la nuova “Communication Strategy”. Che poi insomma noi volevamo solo capire se sul volo ci sarebbe stato lo spuntino.

Dalla provincia si sente in lontananza un grido: ”Parla come mangi!”.
La rivoluzione sta aspettando il suo condottiero.

Tu da che parti stai? Make your choice! Pensaci bene, il futuro della lingua italiana è nelle tue mani, ma sta per arrivare il week-end, o il fine settimana, va beh insomma, nonostante gli inglesismi, ci siamo capiti. Ciao!

Camillo Frigeni
II anno del corso di Web e Comunicazione d’Impresa

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