Black Hole: arte e matericità tra Informe e Invisibile

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Black Hole è una mostra al momento esposta alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo fino al 6 gennaio 2019, ed è dedicata al tema della materia, ideata da Lorenzo Giusti e sviluppata insieme a Sara Fumagalli.

Quello che rende interessante questa mostra è la quantità di opere d’arte realizzate tra la fine dell’Ottocento e i giorni nostri, che hanno in comune un solo obiettivo: studiare l’essenza della materia, desiderare di penetrarla, di guardarvi all’interno, di avventurarsi fino nelle più oscure profondità, sino a raggiungerne il nucleo, la componente primaria, la parte più piccola e infinitesimale, oltre la quale non si può andare.

Dopo le scoperte scientifiche del dopoguerra, gli artisti bramano di superare la materia stessa, sperimentandola in tutte le maniere artistiche possibili; creano immagini che parole e illustrazioni non riescono a descrivere.

Scatto di BergamoSera

Ma cosa spinge gli artisti ad assecondare questa brama, questa smania di investigazione e di scoperta?

Ciò non si può dimostrare con una formula scientifica, perché l’arte non è una formula.

L’arte può essere meditata, consapevole, puntuale, ma allo stesso tempo è sempre libera e mutevole. Al massimo può essere probabilistica, come un salto quantico, ma sicuramente non deterministica, né tantomeno meccanica.

È in questo che Black Hole gioca il suo ruolo: è una mostra basata su riferimenti storici, fonti certe e percorsi dichiarati e, allo stesso tempo, è un progetto aperto a percezioni, interpretazioni, parentesi e possibilità.

Il titolo della mostra sicuramente fa nascere qualche domanda.
Che cosa c’entrano i buchi neri con l’arte? Come è possibile sviluppare questo tema con mezzi e strumenti a nostra disposizione? Che cosa bisogna aspettarsi?

Innanzitutto è importante capire che cosa sono i buchi neri.

A livello matematico, i black hole sono una regione dello spazio-tempo con un campo gravitazionale così intenso che nulla al suo interno può sfuggire all’esterno, nemmeno la luce: sono uno spazio-tempo collassato su se stessi.

Il campo spazio-tempo è costituito da curvature formate da stelle che, con una massa sufficientemente pesante, piegano alle volte il campo interamente, formando a loro volta delle pieghe a cui nessuna velocità può sfuggire.

I buchi neri rappresentano il più alto livello di penetrazione della materia, poiché è la materia stessa che, collassando su se stessa si auto-penetra fino a scomparire.

L’osservazione dei buchi neri ha condizionato enormemente la visione degli artisti, affascinati dalla possibilità di puntare lo sguardo sull’ignoto. Sulla massima presenza e allo stesso tempo sulla massima assenza di materia. Sulla parte visibile del mondo invisibile in cui viviamo.

Il titolo di questa mostra evoca questa condizione.

Lanciare delle palline su un tavolo che presenta un buco in mezzo imita alla perfezione l’orbita dei pianeti del sistema solare; nel nostro caso non ci scontriamo contro il sole, perché quest’ultimo non ha sufficiente massa da piegare in modo notevole il campo spazio-tempo.

L’esposizione affronta il tema attraverso tre percorsi diversi, ma correlati tra loro:

  • Informe: si tratta di artisti che hanno inteso il materiale nel suo stato concreto e originario, precedente o alternativa alla forma;
  • Uomo-Materia: artisti che hanno interpretato la natura umana come parte di un più ampio discorso materiale;
  • Invisibile: quegli artisti che, nel processo di penetrazione della materia, si sono spinti ai confini della materialità stessa, cogliendone la dimensione infinitesimale, energetica e relazionale, invisibile all’occhio.

INFORME

Le opere in questa prima sezione sono realizzate principalmente con materiali tradizionali e insoliti, non come elementi con cui ricercare una forma, ma rappresentati come elementi in sé.

Molti artisti appartenenti all’Informale materico si sono impegnati nel lavorare con densi strati di materia, sia in pittura sia in scultura, con l’intento di svuotare l’atto artistico da qualsiasi residuo valore formale.


Alberto Burri
 Cretto (1973), acrovinilico su cellotex, Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri
Nati a partire dagli anni Sessanta, i Cretti sono superfici di caolino, unito a vinavil e pigmento colorato, che si spaccano secondo trame imprevedibili grazie a un lento processo indipendente di reazioni di materiali e di essicazione. L’intreccio tra la coesione della materia e il potere trasformativo delle forze della natura trova rappresentazione in queste distese monocromatiche che raccontano la vulnerabilità dello spazio, ma anche la presenza silenziosa di un tempo che traccia percorsi. In questo caso specifico, le fenditure cave circondano un vuoto centrale che sembra espandersi. Un vuoto evocativo di piaghe e ferite, ma anche di un collasso naturale della materia su se stessa, come una sorta di buco nero.

Quella verso l’Informe è una tensione sempre viva che, nel tempo, si è caricata di nuove ragioni e significati.

Informe non come “basso materialismo”, ma come aggettivo sommario identificante l’aspetto supposto della “mera materia”,
il suo venire prima e allo stesso tempo essere al di là
di qualsiasi forma esistente o supposta.

UOMO-MATERIA

Nel secondo dopoguerra il dibattito filosofico attorno alla natura dell’uomo e del discorso scientifico sulla materia trovano un sostanziale spazio di convergenza.

Le opere di questa seconda sezione presentano opere in cui il corpo umano è trattato in primis come un “corpo materico” e in cui la figura, accennata o scomposta, si fa veicolo di una visione integrata del mondo, tenuta assieme dal principio stesso della materia, perché la materia che permea l’universo e che tutto crea e compone, definisce anche la natura umana.

Alberto Giacometti
Lotar II (dettaglio) (1964-65), bronzo, Collezione privata, Svizzera
Nel ritratto di Eli Lotar, fotografo francese amico dell’artista, Giacometti riversa una sorta di testamento poetico. Andare oltre la superficie delle cose: questa era la tensione ricercata dall’artista, che sceglieva come soggetti figure a lui care, per poter lavorare su un materiale umano a lui noto. Su un busto piramidale, scabro, di pura materia informe , dalla superficie corrugata e franta, s’innesta un volto magro, scavato, con gli occhi sbarrati. La materia scultorea palpita e accoglie l’incarnazione del soggetto, che racconta con questa sua solitudine la fatica dell’uomo nella relazione con la vita e la storia, ma, allo stesso tempo, l’epica quotidiana della coscienza che, conoscendo i propri limiti e sapendo di essere peritura, non si arrende e tiene alta la sua dignità.

Come appunto nei ritratti scultorei di Alberto Giacometti, più ancora che delle celebri figure allungate, è l’essenza della materia a trascendere il tutto.

E l’uomo (il essere per sé) è al centro di tutto questo perché tutto, a partire dal suo stesso corpo, è espressione della medesima realtà, del medesimo insieme “disperatamente” materiale.

INVISIBILE

Al contrario delle due sezioni precedenti, che hanno avuto protagoniste opere che presentavano la relazione fisica con la materia (incisa, spatolata, graffiata, bruciata, colata e pur sempre materia in “sé”), le opere esposte nella terza e ultima sezione riguardano gli aspetti più nascosti della materia, invisibili ai nostri occhi, in dialogo con la dimensione atomistica e subatomica.

Rappresentare la realtà invisibile della materia è uno dei grandi spazi di manovra della ricerca artistica contemporanea.

Il processo di penetrazione della materia,
che nelle opere informali assume un carattere spontaneo, istintivo,
trova un più stretto dialogo con la scienza nel lavoro di quegli artisti che, spinti da una sete più razionale di conoscenza,
si sono inoltrati fino ai confini del principio stesso di materialità indagandone la dimensione energetica e relazionale
propria delle sue parti più microscopiche,
laddove il concetto di “parte”,
di componente minima di un insieme materiale più vasto,
si collega direttamente all’idea
di un “Tutto” governato dalle medesime regole.

Anish Kapoor
The Earth (1991), Vantablack, Courtesy l’artista e GALLERIA CONTINUA, San Giminiano/Pechino/Les Moulins/L’Avana
La rappresentazione della profondità, del possibile vuoto, ha sempre affascinato l’artista indiano Anish Kapoor, maestro nel rappresentare lo spazio materiale dell’invisibile. L’opera in mostra consista in una sfera incassata nella parete, poco più di un metro di diametro, la cui profondità (91cm) risulta impercettibile all’occhio umano in ragione del pigmento nero utilizzato per coprirne la superficie interna. Buco nero, oblò sull’infinito oscuro, questo lavoro si concentra sul lato “in negativo” della materia. Un vuoto che è quindi parte di un più ampio discorso materiale sulla possibilità di trascendere la percezione meccanica dell’universo per fare esperienza della dimensione spazio-temporale raccontata dalla relatività e dalla teorie della fisica quantistica.

VANTABLACK

Essendo l’opera dell’artista Anish Kapoor il fulcro dell’intera esposizione, è importante approfondire la materia del Vantablack, in quanto è una scoperta che non passa inosservata.

Il Vantablack non è un colore, è una sostanza composta da una “foresta” verticale di piccoli nanotubi di carbonio, nella quale ogni nanotubo ha una larghezza pari ad un singolo atomo (in un’area di un centimetro quadrato sono presenti circa un milione di nanotubi). Viene realizzato in laboratorio attraverso un processo di deposizione chimica di vapore.

La caratteristica che ha reso importante questa sostanza è la capacità di non riflettere la luce: quando la luce colpisce la superficie del Vantablack, invece di riflettere, viene assorbito per il 99,96% dai nanotubi e non può scappare.

Una volta assorbita la luce, quest’ultima si dissipa sottoforma di calore e funziona in modo similare ad un buco nero.

Esempio di oggetto ricoperto interamente di Vantablack.

I nostri occhi non riescono a distinguere alcuna piega o profondità del Vantablack, perché la luce viene assorbita e quello che risulta è un’assenza di colore.

Non è un pigmento o una pittura che si può comprare con facilità.

Il Vantablack viene formato in laboratori della Surrey NanoSystem con macchine molto costose, processi chimici complessi e estremo calore. Applicare il Vantablack su una superficie richiede almeno due giorni di lavoro.

Inoltre, è una sostanza estremamente costosa: un secchio di Vantablack viene a costare più dell’oro e dei diamanti messi insieme.

Non può essere applicato su qualsiasi superficie, in quanto i nanotubi che lo compongono sono così piccoli e sottili che semplicemente collassano sotto il peso del tocco umano.

Il Vantablack non è solo resistente alla luce, ma anche alle vibrazioni: questo perché ogni nanotubo di carbonio è individuale ed e quasi privo di massa.

Questo materiale è stato originariamente sviluppato con l’obiettivo di utilizzarlo in ambiti tecnologici (ad esempio le macchine fotografiche o i telescopi), ma, se le condizioni lo permettono, può essere applicato anche su superfici che rientrano nella nostra quotidianità.

Scatto di BergamoSera

Si è così fatto strada anche nel mondo dell’arte: solo una persona al mondo ha i diritti di lavorare con questa sostanza, creando opere d’arte a scopo esclusivamente visivo, Anish Kapoor.

Il motivo di questa restrizione è molto probabilmente frutto del bisogno della Surrey NanoSystem di avere un controllo sul materiale, ma il risultato è una grossa polemica che probabilmente non si placherà mai, da parte degli artisti che desiderano di lavorare con il Vantablack.

Durante la mia camminata all’interno di Black Hole, quindi, ho potuto lasciarmi affascinare  dai processi filosofici che stanno alle spalle delle creazioni artistiche, così come entrare in contatto con opere uniche e materiali rarissimi: una vera e propria scoperta.

Melissa Okyay
II anno del corso di Interior Design

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