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Laboratorio Didattica Museale: intervista alla Prof.ssa Giovanna Brambilla

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Ecco una nuova intervista del #TeamDidattica…

Dopo tre artisti, è ora il turno di Giovanna Brambilla, Responsabile dei Servizi educativi presso la GAMeC, Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo, e Docente del corso di Didattica Museale III presso l’Accademia SantaGiulia.

Cos’è un’attività laboratoriale? Come si può progettare in modo che diventi esperienza d’arte? Come renderla accessibile anche ai diversamente abili? 

Queste le domande a cui ha risposto la Professoressa, illustrando i vari aspetti di tale esperienza attraverso gli occhi di un’esperta.

Il laboratorio è stato l’obiettivo del corso per gli studenti del III anno accademico e frutto di numerosi studi mirati a fornire le competenze necessarie e la formazione adatta per metterlo in atto.
La sua realizzazione è stata possibile grazie alla collaborazione tra il museo GAMeC e la Cooperativa Namastè.
I fruitori sono stati selezionati in base alle loro diverse necessità e peculiarità, in modo che ci fossero delle differenze in grado di dar vita alla maggior interazione possibile; ad ogni partecipante è stato poi assegnato uno studente che lo seguisse individualmente, per costruire ogni laboratorio ad hoc sulla base delle caratteristiche del singolo fruitore. 

Quali sono gli obiettivi per questo progetto, sia per gli studenti che per i fruitori?

Per gli studenti l’obiettivo è quello di creare una situazione, “protetta”, ma reale, di messa in gioco di conoscenze, competenze e abilità maturate nel corso delle lezioni. Abbiamo avuto il supporto della Cooperativa Namastè che ha consentito a ogni studente di interfacciarsi con una persona disabile, progettando un laboratorio didattico ad hoc, sartoriale, in cui si valorizzino la capacità della persona in questione. Questo permette agli studenti di comprendere le fasi di una progettazione didattica: la fase iniziale, il confronto con i destinatari, la progettazione, la realizzazione, e la valutazione, secondo una pratica che va sempre messa in atto, indipendentemente dall’utenza.

Per i fruitori l’essere al centro – protagonisti e anche “valutatori” in prima persona – di tale attività ha costituito una occasione importante. Era la prima volta che venivano nel museo, l’incontro, creato con questa modalità, è stato un evento decisivo nel loro percorso, e ha messo le basi per un futuro dialogo con la GAMeC.

Ci possono essere delle criticità in questo tipo di laboratorio?

Le criticità possono essere che le aspettative di lavoro vengano contraddette dall’umore, o dalla reazione dell’utente, cosa che alcune volte si è verificata, ma anche in questo caso il problema è stato utile perché ha consentito agli studenti di mettersi in gioco dimostrando capacità di adattamento, proattività, abilità di riprogettare e ripensare in tempi brevi ad una proposta alternativa.

Quali possono essere invece i pregi?

Il pregio è quello di fare misurare gli studenti con una situazione vera, sfatare i pregiudizi sulla disabilità, fare capire che l’aspetto di una persona non può mai essere metro di giudizio delle sue effettive capacità di interazione, comprensione e fruizione di un’opera d’arte. Gli studenti, infatti, hanno avuto modo di rivedere le idee con cui erano partiti, idee a volte “naif” o astratte su cosa potesse essere un laboratorio di questo tipo.  Utile poi è stato il supporto della responsabile della Cooperativa, Rita Florenti, che ha seguito in itinere e in loco gli studenti, condividendo con loro le sue conoscenze, dando loro feed-back nella progettazione delle proposte, e dandoci una importante restituzione finale.

Che benefici può portare l’arte nella vita di una persona disabile?

I benefici che porta a chiunque: l’esercizio di un diritto alla fruizione dei beni culturali – art. 21 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo – , la conoscenza di nuovi spazi, la possibilità di misurarsi con contenuti, opere, concetti nuovi, e di crescere, umanamente, attraverso l’arte e la cultura. 

Se l’attività svolta produce benefici ai suoi fruitori, secondo lei si potrebbe pensare ad esperienze multiple e continue, come una terapia al fine di creare del benessere prolungato oltre che ad una vera e propria esperienza formativa a lungo termine?

Sinceramente ho grosse perplessità su discorsi di arte terapia, a volte gestiti da persone con competenze non adeguate. Il museo, la galleria, è luogo di fruizione dell’arte, della cultura, dei risultati dell’ingegno umano, di opere che raccontano la relazione dell’uomo con la vita e con il suo tempo. Chi fa didattica museale deve mettere in collegamento opere e persone, ma può farlo solo ricordandosi che si tratta sempre di progettare una relazione con le persone, semplicemente umana.  Che poi la progettazione articolata e calendarizzata di queste attività sia sempre un elemento straordinario e positivo, una ricchezza esperienziale, questo non è in dubbio.

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Un’esperienza d’arte è fattibile anche con bambini disabili?

Certamente. La progettazione didattica deve però essere sempre sartoriale, articolata sulle conoscenze, competenze e abilità dei suoi fruitori, che si tratti di bambini o adulti, adolescenti o disabili, profughi o anziani.

Quale tipo di preparazione e formazione sono necessarie per operare con persone disabili?

Innanzi tutto una grande umiltà, la capacità di mettersi in ascolto, di non essere autoreferenziali e di costruire una relazione forte, di stima reciproca, condivisione e riconoscimento delle diverse professionalità, con educatori e coordinatori delle equipe delle varie comunità e associazioni, la cui collaborazione è necessaria per ottenere buoni risultati. Poi ovviamente corsi ad hoc ed esperienze di volontariato sono sempre utili.

Mariavittoria e il #TeamDidattica

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